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Il deserto della Giordania

Nutre lo spirito e rinfranca l'anima


Giordania. Il deserto del wadi rum

Qui, come in tutti i deserti in cui mi è capitato di stare, si incontra quella parte di sé più spirituale, o immateriale che dir si voglia, così come quella più istintiva. E istinto vuol dire fondersi con gli odori, le variazioni di temperatura, i suoni, il vento, con il sole che cuoce la testa e porta i pensieri su svolgimenti inconsueti, dove ciò che alla fine si trova è una diversa dimensione di sé.

Il wadi rum è stato inscritto come sito misto, naturale e culturale, tra i Patrimoni dell’umanità Unesco e si trova nel sud della Giordania, vicino al confine con l'Arabia Saudita. È il deserto di Laurence d’Arabia, per intenderci. È uno spazio vastissimo, 74.000 ettari, ed è rosso.

Oltre alla sabbia ci sono tante altre forme, si tratta di un variegato paesaggio, strette gole, archi naturali, imponenti scogliere, rampe, massicce frane e caverne.


Inoltre, petroglifi, iscrizioni e resti archeologici testimoniano 12.000 anni di occupazione umana e di interazioni con questo ambiente. Dunque, è diverso dai deserti che sono una immensa distesa di dune di sabbia giallo ocra che si susseguono l’un l’altra.

Rispetto a quei deserti, qui le forme di cui sopra, sono un mondo di possibilità.


Ci sono le formazioni rocciose, chiamate “navi” perché immense, per salirci sopra per vedere ancora più lontano e i pertugi dove infilarsi e ripararsi dal sole, come le grotte con i disegni incisi nelle rocce. Gli archi su cui salire, usando degli improbabili gradini modellati dagli antichi abitanti: i nabatei, quelli stessi che costruirono Petra.


Su una di queste navi, dopo un’intensa giornata, è comparso Il Tramonto. Respirare il deserto, ascoltare il silenzio, sentire il chiacchiericcio del vento dentro le orecchie. Stare in contemplazione lì e non altrove. Proprio in quel momento, né prima né dopo. Dove non esiste nient’altro che il sole che cala e che incendia l’orizzonte, così come le sensazioni e le emozioni di quel momento, dove i pensieri si fermano. Dove tutto quello che è fretta, tourbillon, remolinos, decanta come la neve nelle palle di vetro coi monumenti dentro.


Momenti di sospensione tra un prima e un dopo dove ciò che accade, è stare. Dove accade che l’anima si espanda e dispieghi le ali per abbracciare il deserto. È una sensazione di pace commovente. La sensazione del sublime prodotta da uno spettacolo della natura come questo che col suo senso di grandezza e di potenza smisurata, richiama per riflesso l'idea di Infinito.

Le immagini entrano dentro e armonicamente si diffondono come l’aria del respiro.

Tanti riverberi di colori che dopo ce li si porta dentro come un riverbero di pace, che, speriamo, un po’ facciano da scudo di protezione nei momenti in cui di pazienza ce ne vorrebbe di più.

Poi, nel deserto arriva sempre il momento di pura contemplazione. Un evento, un fatto, una persona, un deserto, appunto, possono essere contemplati anziché spiegati o interpretati. La contemplazione è semplicemente uno spazio in cui lasciare che emerga un qualcosa senza andare a cercare specificatamente qualcosa e l’apprezzamento estetico di questa visuale rallenta la furia indagatoria.


Contemplare è darsi il tempo di vedere cosa succede e di accordarci con le nostre sensazioni, emozioni, idee, intuizioni. È creare uno spazio dove interno ed esterno si con-fondono.


Se il viaggio è una confezione d’agenzia anche se la sua meta sono i confini del mondo, non c’è spaesamento che percorra l’anima come un brivido che la rende instabile e che la espande. Quando il viaggio è vissuto osservando cosa accade e cosa ci accade, quando ci si trova a fronteggiare situazioni inattese, luoghi sconosciuti, culture diverse e altre mentalità, quando le coordinate di riferimento proprie ed abituali non danno certezze, si hanno tante inattese e profonde esperienze.


Viaggiando si viene anche in contatto con l'insicurezza e la parte più istintiva e quella più intuitiva di sé sono quelle a cui ci si appella come guida per fronteggiare delle situazioni fuori dalla propria “normalità”.


Viaggiare è offrirsi al rischio di non essere compresi e di non comprendere, allora è la terra a offrirsi con i suoi orizzonti, è il cielo a coprire una vastità senza riferimento, è la storia a inabissarsi nei secoli per evocare tutta quell’immaginazione che mai avremmo sospettato avesse riscontri di realtà.


e facce delle persone appaiono nei loro lineamenti indecifrabili, dove l’intenzione non si traduce in linguaggio comune e la comprensione è affidata all’empatia dell’animale.

Allora capita di fare incontri singolari, come in questo caso coi beduini, fieri, calmi e sorridenti. Il proprietario del campo tendato, un gran signore, aveva lo sguardo di una persona che ha l’infinito dentro. Anche viaggiare è qualcosa da imparare, è una transazione continua con gli altri, durante la quale nello stesso tempo si è soli.

È quasi un paradosso, si viaggia da soli in un mondo che viene gestito da altri. Si tratta di coloro che possiedono la pensione o il campo tendato dove si vuole dormire, che decidono se c’è ancora posto sull’aereo o sul pullman, di coloro che con te pensano di guadagnare qualcosa, di coloro che sono più potenti perché possono rifiutare un timbro o un documento, di quelli che parlano lingue che non si capiscono, che stanno accanto su un traghetto o per strada, che vendono cibo al mercato e ti mandano nella direzione giusta o sbagliata.


Qualche volta sono pericolosi ma di solito non lo sono e tutto questo lo si deve imparare: che cosa si deve fare, che cosa non si deve fare, e che cosa non si deve fare mai.

Si fanno i conti con il proprio senso di fiducia. Bisogna saper riconoscere un gesto o un’occhiata, perché si sarà sempre attorniati da altri, dai loro sguardi, dal loro approccio, dal loro disprezzo, dalle loro aspettative, dai loro sorrisi e dappertutto è diverso, e da nessuna parte la situazione è quella alla quale si è abituati nel paese da cui si proviene.


In tale contesto si conosce anche meglio se stessi, da come si riflette e agisce in situazioni poco familiari. Imparare a gestire la solitudine e anche l’imprevisto in un luogo sconosciuto.

Lasciarsi guidare dalla curiosità.


Viaggiando si contattano ed emergono parti o necessità inattese e i nostri confini esteriori ed interiori, il nostro orizzonte, si espandono con le nuove esperienze. Si tratta di situazioni nuove, aperte, poco familiari, ma proprio per questo fonte di infinite sollecitazioni e di ricchezza, da vivere ed esperire.


Semplicemente nel viaggio ci si conosce un po’ di più, se non altro per differenza, proprio dal confronto e con persone e modi di vivere la vita e ambienti naturali e non, diversi da quello che è usuale e ovvio per noi. Si dà un senso diverso alle cose.

E a tal proposito, in realtà il deserto è l’opposto di quello che la parola suggerisce. In realtà nutre lo spirito e rinfranca l’anima e pacifica gli stati d’animo più di quanto non ci si aspetti.


Dott.ssa Monica Secci Mura


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