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Il gesto semplice di alzare un calice

Il nostro modo di segnare il tempo



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Hemingway sosteneva che in Europa il vino era parte della vita quotidiana quanto il cibo e che avesse il potere di regalare felicità e quiete profonda. Forse non pensava al Natale, eppure la scena è questa, una tavola apparecchiata, una bottiglia di bollicine che aspetta il momento giusto, un gruppo di persone raccolto attorno a un desiderio comune.



Tutto inizia da un gesto disarmante nella sua semplicità. Si solleva un calice, lo si avvicina a quello di chi siede accanto, lo sguardo cerca un altro sguardo. Che sia Champagne, Franciacorta, Prosecco o uno spumante di territorio, le bollicine che risalgono il vetro spezzano la luce e subito la ricompongono, mentre dentro di noi qualcos’altro trova posto. Il corpo si distende, il respiro si allarga, il cuore accetta di pronunciare un augurio. In quell’istante lo stare bene smette di essere teoria e diventa presenza.

Siamo qui, vivi, insieme, davanti a un calice che brilla.

Sollevare il bicchiere significa anche dire al tempo che può aspettare.



Colpisce pensare che questo gesto, oggi così naturale, nasca da una fiducia estrema. In passato le coppe venivano urtate con decisione perché un po’ di vino passasse da un bicchiere all’altro, antidoto simbolico al timore del veleno. Bevo ciò che bevi tu, condivido ciò che hai nel calice, non posso che volerti il bene che desidero per me. L’ombra del sospetto è scomparsa, ma il cuore del rito è rimasto.


Il contatto tra due cristalli continua a essere una piccola dichiarazione di alleanza, la conferma che in questo cerchio ristretto ci sentiamo protetti. L’arrivo dei vini spumantizzati ha dato a questo gesto una forma ancora più luminosa. Una cuvée che respira in un bicchiere a tulipano concentra la trama delle bollicine e raccoglie i profumi. Tra i 6 e gli 8 gradi il sorso diventa nitido. Il naso riconosce agrumi, fiori bianchi, frutta croccante e, nelle versioni più evolute, crosta di pane e biscotto, memoria dei lunghi affinamenti sui lieviti.


Il perlage è la parte visibile di tutto questo, il disegno delle bollicine nel vetro. Finezza, continuità, durata raccontano non solo la qualità della bottiglia ma anche il suo carattere. Una trama fitta e sottile suggerisce eleganza, bolle più ampie richiamano energia immediata. Osservare quella colonna di piccole perle che sale diventa un esercizio di attenzione, il rumore intorno si abbassa, il tempo si allunga di qualche secondo. Ogni bolla è un piccolo respiro che spinge verso l’alto.


Quando il calice si solleva non si muove soltanto il braccio. La schiena si raddrizza, il torace si apre, il respiro scende più in profondità. Basta questo minimo spostamento per inviare al cervello un messaggio di pace. Il sorriso arriva spesso da sé, trascinato dall’atmosfera e dalla presenza delle persone che amiamo. La psicologia parla di feedback facciale, il volto si rilassa e l’umore lo segue. Quel gesto minuscolo calma lo stress, abbassa le difese, ci rende più disponibili all’incontro.


In pochi istanti si cerca uno sguardo, si pronuncia un augurio, il cristallo vibra in un suono pulito, il vino raggiunge la bocca. In questo intervallo brevissimo si compattano secoli di storia sociale e di bisogno di appartenenza. Ogni volta che il bicchiere si alza, una linea invisibile separa ciò che resta dietro da ciò che può cominciare.

Nel periodo natalizio tutto questo si amplifica. Le luci sui balconi, il panettone sul tavolo, i piatti che si susseguono, la bottiglia che si raffredda in un secchiello o sul davanzale costruiscono una scenografia comune. Lo scoccare del nuovo anno diventa una coreografia che attraversa il mondo. A mezzanotte qualcuno solleva un calice in una casa di campagna, qualcuno su una terrazza affacciata sui tetti, qualcuno in una piazza gremita tra sconosciuti.


Persone lontane, che non si conoscono, compiono lo stesso gesto e spingono avanti un desiderio condiviso. Vivere meglio, trattarsi meglio, diventare una versione più vera di sé. Una corrente di speranze attraversa fusi orari e città diverse e per qualche minuto le unisce.

In questo scenario la scelta del vino non è un semplice dettaglio tecnico.

È una forma di cura verso se stessi e verso chi siede alla nostra tavola.


Ogni tipologia di bollicina può accompagnare un momento diverso della serata.

Per l’aperitivo, quando lo stomaco è ancora leggero e le parole iniziano a mettersi in fila, funzionano bene un Prosecco extra brut o brut, oppure uno spumante metodo Martinotti dalla freschezza gentile e dal profilo fruttato. L’acidità vivace risveglia il palato, un perlage non troppo aggressivo non stanca, il tenore alcolico moderato permette di affrontare la cena con lucidità.


Durante il pasto, soprattutto se il menu privilegia pesci, crostacei, carni bianche, risotti e piatti delicati, un metodo classico diventa compagno ideale. Franciacorta, Champagne, uno spumante classico italiano da Chardonnay e Pinot Nero sostengono l’intero percorso gastronomico.

L’acidità mantiene il ritmo, le note di lievito e pane tostato aggiungono profondità, il perlage fine pulisce il palato a ogni sorso. Si mangia con maggiore leggerezza, si digerisce meglio, si beve meno ma si gode di più.


Davanti al dolce, e in particolare a panettone e pandoro, il corpo ringrazia quando la dolcezza del cibo incontra quella del vino.

Un Moscato d’Asti, un Asti Spumante o uno spumante demi sec, con un residuo zuccherino più alto, accolgono la morbidezza del dessert senza generare quella sensazione di durezza che un brut spesso produce in abbinamento alle paste lievitate.

Il finale risulta più armonico, il palato non si affatica, la cena non si chiude con un peso ma con una carezza.


Il momento di mezzanotte può essere affidato alla bollicina del cuore.

C’è chi sceglie la classicità di uno Champagne, chi preferisce la precisione di un Franciacorta, chi ama la spontaneità di un buon Prosecco, chi resta fedele a uno spumante metodo classico del proprio territorio.

Qualunque sia la scelta, ciò che conta davvero non è la quantità ma l’attenzione. Un solo calice assaporato con consapevolezza vale più di una serie di bicchieri vuotati senza ascolto.


Alternare il vino all’acqua, percepire i messaggi del corpo, rispettarne i limiti, trasforma il bere da eccesso a gesto di cura.

Quando la serata si spegne e i bicchieri vuoti formano una piccola costellazione sul tavolo, le bollicine hanno lasciato soltanto un’eco di profumo. Eppure, nell’aria resta una traccia leggera, una corrente tiepida che continua a scorrere sotto la pelle. È ciò che il gesto condiviso ci restituisce, la memoria luminosa di un momento attraversato insieme, un equilibrio interiore appena più stabile, la percezione di avere varcato una soglia.


Qui il cerchio si chiude e si ritorna all’immagine iniziale, il gesto semplice di alzare un calice. In apparenza quasi niente, nella sostanza un rito potente. È il nostro modo di segnare il tempo, di ringraziare, di dire che siamo ancora qui. Forse è questo che Hemingway intuiva quando parlava del vino come parte naturale della vita. L’equilibrio sta tutto lì, nel riconoscersi vivi, insieme, davanti a un calice che brilla. Ogni volta che il cristallo vibra tra le mani ricorda che la felicità ha la stessa natura del perlage, una costellazione di attimi brevissimi capaci di illuminare un anno intero.



Piergiuseppe Meli

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