Lo porto a te
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Il vino, il Natale e quella forma di benessere che comincia quando smettiamo di guardare il nostro bicchiere e ci accorgiamo di chi è seduto dall’altra parte del tavolo.

Alcune parole le usiamo talmente spesso da aver dimenticato cosa portano dentro. Brindisi (fare un brindisi) è una di queste. La pronunciamo mentre i bicchieri sono già sollevati e qualcuno cerca quello di qualcun altro sopra il centro della tavola, in quel piccolo disordine di mani che precede il suono del vetro.
Eppure, la parola arriva da lontano: secondo Treccani deriva, attraverso lo spagnolo brindis, dal tedesco bring dir’s, letteralmente “lo porto a te”. Prima dell’augurio c’è dunque un movimento. Qualcosa che parte da me e arriva a te.
A Natale questo movimento diventa quasi inevitabile. Le bottiglie tenute da parte per mesi escono dalle cantine o dal fondo di un mobile, qualcuno controlla l’annata, qualcun altro chiede se vada aperta subito, un terzo sostiene di ricordare perfettamente quella stessa etichetta bevuta dieci anni prima e quasi certamente sbaglia. La liturgia domestica del vino possiede una sua geografia: il tavolo, le sedie, il pane che passa di mano, la bottiglia che percorre una circonferenza raramente ordinata.
Anche la parola compagno viene da lì. Il latino medievale companio unisce cum e panis: colui con il quale si mangia il pane. Prima delle fotografie di gruppo e delle chat familiari improvvisamente iperattive, la vicinanza aveva una definizione elementare: condividere il pane.
Il vino arriva qualche centimetro più in là e introduce un altro verbo: versare.
Scegliere quanto, offrirlo, aspettare che anche gli altri abbiano ricevuto il proprio.

Negli ultimi anni la scienza ha cominciato a misurare qualcosa che la tavola mediterranea pratica da secoli senza bisogno di algoritmi. Il World Happiness Report 2025, utilizzando dati raccolti in 142 Paesi e territori, rileva un’associazione forte fra la frequenza dei pasti condivisi e una maggiore soddisfazione per la propria vita, più emozioni positive, maggiore sostegno sociale e minore solitudine. Resta aperta la questione della causalità: non sappiamo quanto mangiare insieme renda più felici e quanto chi sta meglio sia più propenso a farlo.
La cautela conta ancora di più quando si parla di vino e benessere. Il vecchio bicchiere di rosso quotidiano “che fa bene” oggi richiede molta prudenza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che, per quanto riguarda l’alcol, non esiste una soglia di consumo totalmente priva di rischio; il Ministero della Salute sintetizza con una formula altrettanto chiara: “zero o il meno possibile”.
La domanda allora si sposta. Cercare il benessere dentro l’etanolo porta poco lontano; più interessante è osservare ciò che accade intorno al bicchiere: la convivialità, il tempo dedicato al pasto, l’attenzione sensoriale, la memoria olfattiva, quella disponibilità all’ascolto che qualche volta nasce quando un pranzo smette di essere una parentesi fra due impegni e si prende tutto il pomeriggio. Da sommelier conosco bene la tentazione di trasformare il vino in un oggetto da interrogare fino allo sfinimento.

Colore, intensità olfattiva, struttura, equilibrio, persistenza: il lessico tecnico serve. Poi arriva un punto nel quale la scheda deve tornare a essere esperienza. Nessuno trascorre il Natale attribuendo un punteggio alla persona seduta accanto.
Dentro un bicchiere finiscono molte più cose di quelle dichiarate in etichetta. Un odore può riportare a una cucina che non esiste più, alla buccia di un mandarino, a un mobile di legno, alla scatola dei sigari di qualcuno. Naturalmente il vino contiene molecole aromatiche, non contiene nostra nonna. Fra la molecola e il ricordo, però, il cervello mescola percezione ed esperienza.
Se dovessi scegliere tre vini per raccontare il Natale, eviterei una classifica e costruirei una sequenza. Partirei dal Trentino, scenderei in Umbria e finirei in Puglia.
Il primo bicchiere sarebbe un Ferrari Perlé 2019 Trentodoc, Chardonnay in purezza, Metodo Classico Brut, con almeno 48 mesi di affinamento sui lieviti. Nel calice emergono pompelmo, cedro, fiore d’arancio, leggere tostature, acidità e una componente salina che sostiene il sorso.
A Natale sarebbe il vino dell’arrivo, quando il tavolo è ancora troppo ordinato, i tovaglioli stanno esattamente dove qualcuno li ha messi e in cucina resiste l’illusione che tutto procederà secondo programma. Lo servirei in un calice a tulipano, lasciando le flûte strette alle fotografie degli aperitivi degli anni Novanta. Il primo vino apre lo spazio, riduce le distanze.

Quando la tovaglia comincia finalmente a mostrare che qualcuno la sta usando, scenderei in Umbria con il Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2020 di Lungarotti, Torgiano Rosso Riserva DOCG da Sangiovese in purezza.
Mi piace inserirlo qui anche per una ragione linguistica: Rubesco deriva dal latino rubescere, arrossire. Una parola quasi progettata per una tavola nella quale, a un certo punto, le guance cambiano colore per il caldo, per una battuta raccontata male o anche per il vino.
Nel calice porta visciola, piccoli frutti rossi, liquirizia e cannella, con una trama tannica lunga.
La cantina suggerisce la decantazione e il gesto del decanter a Natale mi piace perché costringe ad aspettare. Si apre la bottiglia, si assaggia, eventualmente si travasa e poi la si lascia fare.
Per la terza bottiglia torno in Puglia e scelgo Le Braci di Severino Garofano, Salento IGP, Negroamaro in purezza. Nasce da uve portate a sovramaturazione e nel bicchiere è il vino più largo dei tre: frutta matura, prugna, menta, liquirizia e spezie, con la vena amarognola del vitigno nel finale.
Lo servirei intorno ai 16-18 gradi, concedendogli ossigeno e un calice generoso. I suoi 15 gradi alcolici chiedono quantità contenute e attenzione. La qualità della bottiglia dovrebbe aumentare la consapevolezza di ciò che stiamo bevendo, non fornire un alibi all’eccesso.
Sul sito della cantina compare un frammento dantesco, «un sol calor di molte brage», e il produttore lega il nome del vino a un racconto di amicizia. Molte braci, un unico calore.
Il Natale può somigliare a questa immagine, anche se le famiglie reali sono più complicate di una terzina e intorno a una tavola convivono affetto, vecchie questioni, sedie aggiunte all’ultimo momento e almeno una discussione che sarebbe stato meglio evitare.
Degustare significa già bere prestando attenzione. Accorgersi che il Perlé cambia mentre perde qualche grado di freddo, che il tannino del Sangiovese dialoga diversamente con il cibo, che il Negroamaro rimasto nel calice si sposta dalla frutta verso le spezie. Servono piccoli sorsi, acqua a tavola e una quantità che consenta al palato di restare lucido. Superata una certa soglia accade il contrario: la capacità sensoriale diminuisce mentre continuiamo a versare proprio ciò che vorremmo comprendere. È in questo spazio che vino e benessere possono parlarsi senza chiedere alla scienza di certificare ciò che non certifica.

Il piacere sensoriale esiste, odori e sapori dialogano con memoria ed emozioni, la convivialità è fortemente associata al benessere soggettivo. Il vino può avere un posto, per chi sceglie di berlo, senza attribuirgli proprietà sanitarie che l’alcol non possiede.
Il Natale rende tutto questo più visibile. Durante l’anno mangiamo spesso nei tempi stabiliti da ciò che viene dopo. A dicembre tiriamo fuori tovaglie utilizzate poche volte, contiamo i posti, cerchiamo bicchieri uguali e quando non bastano decidiamo che possono andare bene anche diversi, discutiamo su chi debba portare il dolce, apriamo una bottiglia che non avremmo aperto un martedì qualsiasi.
Non sempre quelle ore producono felicità, e sarebbe stucchevole sostenerlo. Una sedia può essere vuota, una persona può mancare, un pranzo può riportare in superficie ciò che durante l’anno è rimasto educatamente nascosto. Per questo mi interessa la parola condivisione: non promette allegria obbligatoria. Descrive un’azione concreta. Dividere qualcosa con qualcuno. Il pane. Il tempo. Una bottiglia.
Anche i tre vini scelti portano con sé un’idea di tempo: i quarantotto mesi sui lieviti del Ferrari Perlé, l’evoluzione del Sangiovese nel Rubesco Vigna Monticchio, la sovramaturazione del Negroamaro di Le Braci. Arrivano lentamente a tavola, in un’epoca nella quale quasi tutto cerca di arrivarci prima.
Quando arriva il momento del brindisi torno alla parola da cui siamo partiti.
Non alla promessa automatica di salute affidata al contenuto del bicchiere, quanto a quel vecchio bring dir’s passato attraverso lingue e secoli fino a diventare una parola che pronunciamo senza sentirne più il movimento.
Qualcuno prende la bottiglia, ne versa poco nel proprio bicchiere e poi si gira verso la persona seduta accanto.
Lo porto a te.
Dott. Piergiuseppe Meli





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