Essere necessari non significa sentirsi amati
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A volte essere indispensabili è il modo più sicuro per non dover scoprire se saremmo amati anche senza esserlo.

È una distinzione sottile, ma importante. Essere necessari significa occupare una funzione nella vita di qualcuno. Essere amati significa poter conservare valore anche quando quella funzione, temporaneamente, viene meno.
Per alcuni uomini le due esperienze possono diventare difficili da separare, non perché esista un’unica psicologia maschile, ma perché identità e riconoscimento si costruiscono anche attraverso ciò che l’ambiente premia.
Autonomia, competenza, capacità di risolvere problemi, controllo, affidabilità: sono caratteristiche che molti uomini imparano presto a utilizzare non soltanto per affrontare la realtà, ma anche per definire il proprio valore al suo interno.
Oggi questa dinamica incontra una contraddizione particolare. All’uomo viene chiesto di essere più presente emotivamente, comunicativo e capace di mostrare vulnerabilità; contemporaneamente continuano a essere valorizzate la capacità di reggere la pressione, produrre risultati, assumersi responsabilità e trovare soluzioni.
Le due richieste non sono incompatibili. Possono diventarlo quando la seconda continua a determinare il valore percepito della persona molto più della prima.
Il messaggio non deve essere pronunciato apertamente. Può essere appreso attraverso molte situazioni quotidiane: vieni apprezzato quando riesci, cercato quando servi, rispettato quando reggi.
Si forma così quella che possiamo definire, in termini divulgativi, un’identità funzionale: una parte importante dell’immagine di sé viene organizzata intorno a ciò che si è capaci di garantire agli altri.
Il problema non è essere forti, autonomi o responsabili. Il problema nasce quando queste qualità smettono di essere risorse e diventano condizioni necessarie per sentirsi degni di considerazione. Il pensiero implicito cambia: non più “sono una persona capace”, ma “devo essere capace per continuare ad avere valore”.
Nella vita quotidiana può significare essere quello che lavora anche quando è esausto, che pensa alle conseguenze economiche delle decisioni familiari, che viene chiamato quando c’è un problema, una scelta difficile o quando gli altri hanno bisogno di stabilità. Da fuori appare semplicemente affidabile.

Da dentro può nascere una domanda diversa: se smettessi di essere quello che regge, cosa rimarrebbe del mio posto nella vita degli altri?
Essere necessario offre infatti una forma di certezza. Se il mio ruolo è risolvere, so perché gli altri vengono da me. Molto più difficile è chiedersi: verrebbero da me anche se non avessi niente da offrire?
Un uomo può sapere di essere fondamentale per la propria famiglia e contemporaneamente non sentirsi visto. Può essere consultato per le decisioni, cercato nei problemi, considerato affidabile e avere comunque la sensazione che l’interesse nei suoi confronti aumenti soprattutto quando c’è bisogno di qualcosa da lui.
Non significa necessariamente che le persone intorno a lui lo stiano usando. Esiste un fenomeno molto più ordinario: ci abituiamo a ciò che è stabile. Una presenza affidabile può progressivamente diventare parte dello sfondo. Ci accorgiamo immediatamente quando manca, molto meno mentre continua a esserci.
È uno dei paradossi del riconoscimento: più una persona è costante, più rischiamo di considerare naturale ciò che ci garantisce. Ma esiste anche l’altra metà del problema. Chi costruisce la propria identità sull’essere necessario può contribuire inconsapevolmente a rendersi necessario. Anticipa i problemi, si assume responsabilità prima che qualcuno gliele chieda, delega poco, manifesta al minimo i propri bisogni, offre soluzioni invece di mostrare incertezza, quando è in difficoltà, continua a funzionare.
Non sempre lo fa soltanto per altruismo.
Essere quello che sostiene gli altri può rappresentare anche una posizione psicologicamente protettiva: finché sono io quello di cui hai bisogno, non devo sperimentare fino in fondo cosa significhi avere bisogno di te.
Ricevere, infatti, espone in modo diverso dal dare. Quando diamo manteniamo una quota di controllo. Quando chiediamo dobbiamo tollerare la possibilità che l’altro non capisca, non possa, non voglia o semplicemente risponda in modo diverso da quello sperato.
Per questo l’autosufficienza, quando diventa rigida, può trasformarsi da qualità in strategia relazionale.

Il sistema viene messo alla prova quando la capacità di funzionare si interrompe. Una perdita lavorativa, una difficoltà economica, un fallimento, una separazione o un periodo di forte stanchezza possono mettere in discussione qualcosa che va oltre il singolo problema.
Se una parte importante del mio valore deriva da ciò che riesco a garantire, chi sono quando non riesco più a garantirlo?
La domanda non riguarda soltanto l’autostima. Riguarda l’appartenenza: ho ancora un posto quando non sono utile?
È qui che le relazioni possono fare una differenza importante.
Il riconoscimento affettivo non consiste semplicemente nel dire a qualcuno che è importante. Significa permettergli di sperimentare che il suo valore non viene meno quando diminuisce la sua prestazione.
Per chi gli sta accanto significa interessarsi a come sta prima che smetta di funzionare, riconoscere ciò che offre prima di accorgersene soltanto quando manca, lasciare spazio alla sua fatica senza interpretarla immediatamente come debolezza, distanza o incapacità.
Esiste anche una responsabilità individuale: non possiamo desiderare di essere conosciuti nella nostra fragilità e contemporaneamente mostrare agli altri soltanto la nostra efficienza. Se nascondiamo sistematicamente il bisogno, rifiutiamo sostegno e comunichiamo che va sempre tutto bene, finiamo per insegnare alle persone che ci circondano a considerarci autosufficienti.
La soluzione, quindi, non è chiedere all’uomo di diventare meno forte. È permettergli (e permettersi) di avere un’identità più ampia della propria funzione.
Significa poter dire “non lo so” senza sentirsi incompetenti, chiedere aiuto prima di essere esausti, delegare senza percepirlo come un fallimento, ricevere senza sentire immediatamente il bisogno di restituire.
E per chi gli sta accanto significa fare qualcosa di altrettanto concreto: cercare la persona anche quando non serve niente, chiedere come sta senza aspettare un segnale di cedimento, riconoscere non soltanto ciò che fa, ma la presenza che rappresenta.
Ed è proprio questo il punto su cui interrogarsi.
Se per un periodo quell’uomo non potesse risolvere, produrre, proteggere o sostenere come ha sempre fatto, saprebbe comunque quale posto occupa nella nostra vita?
E, dall’altra parte, riuscirebbe lui stesso a credere di meritare quel posto?
Perché essere necessari rassicura: ci dice che abbiamo una funzione.
Sentirsi amati richiede qualcosa di più profondo: sapere di avere un posto anche quando, per una volta, non dobbiamo guadagnarcelo.
Dott.ssa Samantha Galloppa





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