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Quando la mente chiede ascolto

"Perché emozioni, pensieri e ricordi tornano a galla e come affrontarli con maggiore consapevolezza"



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La mente umana non funziona a compartimenti stagni. Non riesce, nel lungo periodo, a separare ciò che viviamo da ciò che sentiamo. 


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Anche quando proviamo ad andare avanti, ad adattarci, a “fare quello che va fatto”, dentro di noi resta traccia di ciò che abbiamo messo da parte: emozioni non ascoltate, pensieri rimandati, parti di noi ignorate perché scomode o dolorose.

La psiche non cancella ciò che evitiamo. Lo conserva. Lo rielabora nel tempo e lo ripropone quando trova uno spazio per farlo. Per questo alcune sensazioni tornano ciclicamente: malinconia, inquietudine, irritazione, nostalgia improvvisa, senso di vuoto


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Non sono segnali casuali, né debolezze personali. Sono messaggi. Viviamo in un’epoca che ci spinge a spezzare il tempo, a riempire ogni momento di stimoli, a distrarci continuamente. L’idea diffusa è che, se non ci fermiamo a sentire, il disagio sparirà.

Ma la mente non funziona così. Ciò che non viene riconosciuto resta attivo sotto la superficie e, prima o poi, riemerge.


Perché certi periodi fanno emergere di più ciò che sentiamo

Ci sono momenti dell’anno in cui questo processo diventa più evidente. Le festività, le ricorrenze, i periodi di pausa interrompono il ritmo abituale della quotidianità.

Quando rallentiamo, molte delle difese che utilizziamo ogni giorno si abbassano.

In questi momenti la mente ha più spazio. 


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E ciò che emerge non è casuale: sono pensieri rimasti in sospeso, legami irrisolti, emozioni che non hanno trovato posto prima.

Non perché qualcosa “non va”, ma perché finalmente c’è silenzio sufficiente per ascoltare. La cosiddetta verità interiore non è sempre rassicurante. Non è ordinata né coerente. Spesso è fatta di emozioni contrastanti, di sentimenti ambivalenti, di desideri che non sappiamo dove collocare.


Tentare di soffocarla in nome di una felicità forzata non la elimina, anzi: aumenta la tensione interna. Chiedersi “chi o cosa occupa la mia mente in questo periodo?” non è una domanda sentimentale, ma utile. Aiuta a capire quali aspetti della nostra vita sono ancora vivi, quali legami o ferite chiedono attenzione.


Il conflitto interno non è il nemico

Dentro ciascuno di noi convivono parti diverse: ciò che mostriamo e ciò che sentiamo davvero, ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. Questo contrasto viene spesso vissuto come un problema da eliminare, qualcosa che “non dovrebbe esserci”. In realtà, il conflitto interno è un segnale di vitalità. Indica che la mente è in movimento, che sta cercando un nuovo equilibrio.


Dove non c’è conflitto, spesso c’è solo adattamento passivo, irrigidimento, rinuncia a interrogarsi.

La sofferenza non nasce dal conflitto in sé, ma dal tentativo di evitarlo. Ignorare ciò che sentiamo crea una tensione sotterranea che consuma energia e si manifesta come stanchezza cronica, irritabilità, confusione o senso di vuoto. La mente tende naturalmente a ridurre queste tensioni, non cancellando una parte, ma integrandola.


Integrare non significa semplificare

Ridurre il disagio non vuol dire diventare “più semplici” o scegliere una parte contro l’altra. Significa riconoscere che dentro di noi possono coesistere emozioni diverse, anche contraddittorie.

Evitare i propri pensieri richiede uno sforzo enorme. Al contrario, riconoscerli, senza doverli subito risolvere o trasformare in azioni, restituisce continuità e respiro. Il pensiero diventa uno spazio di mediazione, non di giudizio. Pensare non significa decidere. Significa esplorare. E concedersi questo spazio è un atto di maturità emotiva.


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Alcuni suggerimenti pratici per affrontare ciò che emerge


ACCETTARE IL DISAGIO

Sentirsi inquieti, malinconici o confusi non è un errore. È una risposta normale in momenti emotivamente carichi. Accettarlo riduce la lotta interna.


DARE FORMA AI PENSIERI

Scrivere, annotare o parlare ad alta voce aiuta a rendere i pensieri meno confusi e meno spaventosi. Ciò che ha una forma è più gestibile.


DISTINGUERE TRA PENSARE E AGIRE

Pensare qualcosa non obbliga ad agire subito. Il pensiero è uno spazio sicuro, non un tribunale.


CERCARE IL SIGNIFICATO, NON IL GIUDIZIO

Chiedersi “perché questo pensiero emerge ora?” apre alla comprensione. Chiedersi se è giusto o sbagliato blocca il processo.


ASCOLTARE CIÒ CHE TORNA ALLA MENTE

Persone, ricordi o immagini che affiorano non sono intrusioni da scacciare, ma segnali da comprendere.


CREARE PICCOLI SPAZI DI SILENZIO

Non serve isolarsi. Bastano momenti senza stimoli: una passeggiata, qualche minuto senza schermi.


PROCEDERE CON GRADUALITÀ

Non tutto va risolto subito. Anche un piccolo atto di ascolto è già un cambiamento.


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Crescere è un processo, non una soluzione immediata

Carl Gustav Jung parlava di un percorso di integrazione attraverso cui l’individuo diventa progressivamente più intero. Ciò che non viene riconosciuto tende a tornare, non per punizione, ma perché chiede trasformazione.


La crescita non consiste nell’eliminare le parti scomode, ma nel riconoscerle. Non si diventa più forti evitando l’ombra, ma attraversandola con consapevolezza. La mente tende all’unità, non a una perfezione rigida, ma a un equilibrio vivo e dinamico. Affrontare ciò che pensiamo e sentiamo non è una debolezza. È il passaggio da una sopravvivenza emotiva a una presenza più autentica. Anche quando avviene in silenzio, è già trasformazione.



Dott.ssa Lisa Di Giovanni

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