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Madri invisibili

Amare un figlio con difficoltà




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Esistono madri di cui pochi, forse nessuno, si accorge. Sono invisibili, la loro fatica non è evidente; silenziose, spesso nell’ombra, non amano raccontare loro stesse e non desiderano entrare nelle conversazioni.



Sono le madri dei figli con difficoltà, disturbi o bisogni speciali. Le loro storie sono così diverse ma incredibilmente simili per i vissuti emotivi che le accompagnano.

Diverso è il loro modo di guardare il mondo, di affrontare la quotidianità e immaginare il futuro, ma accomunate dalle stesse emozioni.

Nelle loro menti, sempre attive e cariche di pensieri, si insinuano domande ricorrenti, quelle che non si ha il coraggio di rivolgere e quelle che tornano nei momenti di solitudine. Menti che osservano segnali, comportamenti e cambiamenti, menti che pianificano strategie e che anticipano le difficoltà.


Sono le mamme che di notte non riescono a prendere sonno o che si svegliano improvvisamente, nel silenzio della loro stanza, immobili con gli occhi aperti nel buio come se dormire fosse un lusso di cui non possono godere.

Unico rumore è il respiro del loro figlio nella camera accanto e ad ogni respiro si accompagna una domanda, un timore e una paura che mai si spegnerà: “E se fosse solo colpa mia?” “Perché gli altri non si accorgono del mio dolore e della mia fatica?”



“Cosa succederà se un giorno non potessi più prendermene cura?”

Non è un’immagine solitaria ma una realtà che si ripete in molte famiglie in cui non manca l’amore ma in cui l’amore infinito si fonde con una fatica che non trova le parole adatte, che resta nascosta. Esiste un senso di colpa, continuo, vivo,  che non trova pace. Il confronto perenne con gli altri genitori, un confronto difficile per queste madri. Una stanchezza continua, non solo fisica ma soprattutto mentale.


E poi vi è una dedizione totale, profonda, che non cancella la fatica ma è il motore di una vita percepita come differente dalle altre. Si vivono situazioni complesse, diagnosi diverse ma si attraversa lo stesso paesaggio emotivo con la sensazione di essere sole anche se si è in mezzo agli altri. Gli altri che sembrano vivere vite più lineari perché sono differenti i ritmi quotidiani, le tappe di sviluppo e le interazioni sociali.



Sì, cambiano tutte le relazioni, nella coppia, con gli altri figli, con i parenti e con gli amici che spesso non sembrano comprendere le difficoltà. Gestioni pratiche da affrontare, diagnosi, terapie, colloqui, documenti, scuola, docenti, contesti in cui viene richiesta presenza unita ad un perpetuo senso di trasparenza, invisibilità e il desiderio di far sapere al mondo quanta stanchezza si prova senza sentirsi in colpa.

In molti casi si sviluppa un senso di iper-responsabilità emotiva anteponendo i bisogni del figlio ai propri, riducendo i tempi di recupero e l’equilibrio psicofisico e lasciando poco spazio al benessere personale.


Continua attenzione, decisioni da prendere, rinunce, incertezze con cui si impara a convivere, iniziano a far parte di sé ma l’affaticamento si fa sentire sotto forma di tristezza, irritabilità con la convinzione di dover essere forti a tutti i costi.

Tutto ciò necessita di riconoscimento, saper vedere e saper ascoltare la propria fatica dandole un nome. Questi i passaggi fondamentali per non subirla passivamente e in silenzio. Significa dirsi: “Quello che sto vivendo è davvero impegnativo. È comprensibile che io sia stanca”.


Non viene meno l’amore per il figlio, non diminuisce la capacità di essere madre. La consapevolezza di sé, al contrario,  permette di non rimanere nell’ombra, di uscire dall’isolamento e di comprendere che prendersi cura di sé è parte del prendersi cura della propria famiglia.

Se ci ascoltiamo, se ascoltiamo la nostra fatica, possiamo condividere la nostra esperienza emotiva in gruppi di confronto tra genitori o in percorsi di supporto psicologico, superando il senso di unicità del problema che molte madri percepiscono.


In un mondo in rapido cambiamento e ricco di stimoli, è molto probabile provare stress, ansia, sentimenti di inadeguatezza, senso di solitudine ed avere la tendenza ad isolarsi pensando di riuscire a vivere senza l’aiuto e il supporto di altre persone.

La condivisione e il sostegno reciproco sono elementi fondamentali per il benessere psicofisico.

In ognuno di noi esiste un bisogno innato, il bisogno di condivisione che permette di sentirci parte di un gruppo, di sentirci vivi e visibili, sappiamo che esistiamo perché gli altri ci vedono. Proviamo piacere nel raccontarci all’altro, amplificando le emozioni positive e riducendo quelle negative.


Quando due o più persone vivono un’esperienza, il cervello attiva i “neuroni a specchio” creando un legame emotivo tra gli interlocutori e sincronizzando le frequenze cardiache e le onde cerebrali.

Condividere le stesse emozioni attiva quindi nel nostro cervello gli stessi circuiti neurali di chi stiamo osservando,  favorendo la relazione e l’empatia.

Nel nostro organismo viene prodotta l’ossitocina, detta anche “ormone dell’amore” che riduce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, generando senso di fiducia e di sicurezza essenziali per i legami sociali.

Avere un figlio con difficoltà o con un disturbo del neurosviluppo, non definisce solo il figlio ma l’intera esperienza genitoriale, una condizione che richiede adattamento continuo ai bisogni che emergono.

Affrontare e convivere con emozioni contrastanti in cui si alternano forza e fragilità, amore immenso, senso di colpa e stanchezza psicofisica.


È una realtà spesso vissuta nel silenzio, senza il riconoscimento e il sostegno dell’altro.

Guardiamo, osserviamo e ascoltiamo la voce di un’esperienza condivisa che appartiene a molte più madri di quanto immaginiamo.

Riconoscerle è il primo passo per non lasciare più nessuna mamma invisibile.



Dott.ssa Cristiana Rende

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