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I social rovinano i nostri figli

Aggiornamento: 1 lug



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Il titolo dell'articolo non lascia adito ad incertezze, perché ormai ci sono svariate ricerche empiriche che dimostrano quanto i social network rovinino l'esistenza dei nostri figli, ma partiamo dall'inizio.

All'inizio del 2000, le aziende tecnologiche statunitensi creano una serie di prodotti innovativi grazie alla veloce crescita di Internet. Tutti valutavano questi prodotti come divertenti, produttivi ma soprattutto prodotti che rendevano la vita più facile.



Nel momento in cui i genitori si resero conto che il figlio di due anni padroneggiava il touch screen dell’iPhone in modo molto più “naturale” di loro, videro questo mezzo come qualcosa che li aiutava nella gestione quotidiana del bambino, perché lo teneva tranquillo per ore.

Il fatto che questa abitudine fosse sicura o meno non era un problema che il genitore si poneva, perché “tutti facevano così” e di conseguenza l'eventuale danno non veniva minimamente calcolato.

Le aziende stesse, nel produrre questi dispositivi e tutto ciò che li corredava, non si erano poste il problema delle conseguenze che quei prodotti potevano avere sulla salute mentale di bambini e adolescenti. Messe poi di fronte alle prove crescenti del danno che i loro prodotti producevano sui giovani, intrapresero per lo più campagne di negazione e offuscamento.


Facevano in modo che il bambino, l'adolescente, il cui cervello è ancora in fase di riconfigurazione, fosse sempre più dipendente agli stimoli che arrivavano dallo schermo. Per le femmine in particolar modo i social media, per i maschi videogame e siti pornografici. Il periodo più intenso di questa riconfigurazione è stato tra il 2010 e il 2015.


Si creano delle vere e proprie dipendenze da social network, dipendenze che possono essere paragonate a quelle del tabacco, dell'alcol o del gioco: ma qual è la grande differenza?

Per i minori queste dipendenze vanno a danneggiare la formazione di alcune parti del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, fondamentale per l'autocontrollo, la gratificazione e la resistenza alle tentazioni. Parliamo in particolar modo della generazione Z ovvero i nati dopo il ‘95 e la successiva generazione Alfa



La generazione Z è diventata la prima della storia ad attraversare la pubertà con in tasca un dispositivo che la allontana dalle persone vicine e le attira verso un mondo virtuale, esaltante, instabile, che crea dipendenza. Trascorrere ore e ore al giorno a “scrollare” post di amici, conoscenti e influencer causa l’aumento di tre fattori negativi in particolare: ansia, depressione e autolesionismo.


Questi disturbi sono classificati nella categoria psichiatrica dei disturbi internalizzanti. Si tratta di disturbi in cui una persona prova una forte afflizione e ne avverte i sintomi interiormente. La persona che prova emozioni come ansia, paura, tristezza e disperazione tende a isolarsi socialmente.

Il fatto che questi disturbi siano cresciuti in modo esponenziale nell'ultimo decennio non può essere giustificato da crisi finanziarie mondiali o da altri eventi; ciò che le accomuna è l'utilizzo dei social network.


La correlazione negativa tra uso dei social e soddisfazione di vita è maggiore per i ragazzi tra i 10 e i 15 anni rispetto ai ragazzi tra i 16 e i 21 o in qualsiasi altra fascia di età.

In particolare, per le ragazze gli anni peggiori in cui usare i social sono tra gli 11 e i 13 anni per i ragazzi tra i 14 e i 15. 

I quattro danni fondamentali della nuova infanzia fondata sul telefono, nociva per i ragazzi, sono: deprivazione sociale, privazione del sonno, frammentazione dell'attenzione e dipendenza.

Vediamoli in concreto.


Gli smartphone catturano l'attenzione di tutti noi con una forza tale che al solo avvertire la vibrazione del nostro dispositivo, interrompiamo una conversazione, interrompiamo qualsiasi cosa stiamo facendo per controllare che non si tratti di qualcosa di importante!

Quando un interlocutore estrae il cellulare o viene appoggiato al tavolo, la qualità e l'intimità dello scambio sociale diminuiscono.

I ragazzi, privati del sonno, non riescono a concentrarsi nel modo dovuto, a prestare attenzione o a ricordare quanto quelli che dormono più tempo. 


Dormire poco danneggia i tempi di reazione, le abilità motorie e i processi decisionali.

Sappiamo benissimo tutti che poco sonno vuol dire anche maggior irritabilità e ansia.

I preadolescenti avrebbero bisogno di 9 ore a notte e gli adolescenti di almeno 8.

La frammentazione dell'attenzione è dovuta ai continui stimoli che l'uso dei social comporta, facendo passare il ragazzo da un'attività all'altra. La dipendenza riguarda il rilascio di dopamina ossia un neurotrasmettitore con ruolo centrale nelle sensazioni di piacere e dolore.


Il rilascio di dopamina fa stare bene perché viene valutato dal nostro cervello come una ricompensa. Il piacere porta a continuare l'atto che l'ha scatenato.

È il meccanismo scatenato dai social media, app che creano dipendenza. Gli sviluppatori di app utilizzano qualsiasi trucco psicologico per catturare gli utenti, allo stesso modo in cui le slot machine catturano i giocatori d'azzardo.


COME FANNO I PRODOTTI CHE INDUCONO DIPENDENZA A CATTURARE GLI ADOLESCENTI?

Gli sviluppatori di app si servono di un processo in quattro fasi:

il ciclo inizia con un trigger (innesco) esterno, come la notifica che qualcuno ha commentato un post. La notifica compare sul telefono e automaticamente attiva il desiderio di eseguire un'azione; l'azione eseguita è la seconda fase dell'aggancio; la terza fase si ricollega ad un evento piacevole ovvero la ricompensa all'azione compiuta; la quarta fase è l'investimento ovvero portare l'individuo a mettere un po' di sé stesso nel contesto, partendo ad esempio dalla creazione di un proprio profilo.


A questo punto dopo l'investimento, il trigger per il prossimo ciclo di comportamento potrebbe diventare interno, quindi il ragazzo non ha più bisogno di notifiche perché nella sua mente pensa “chissà se qualcuno ha messo un like sulla foto che ho postato 10 minuti fa”.

Qui si ha il rilascio di dopamina che porta il ragazzo a “correre” su Instagram. Se non c'è nessun like è deluso, ma il cervello carico di dopamina vuole la sua ricompensa e quindi inizia a scorrere gli altri suoi post che hanno ricevuto dei like e dimostrano che conta per qualcuno. 

Da un punto di vista psicologico, ragazzi e ragazze sono simili ma ci sono delle differenze di genere. Particolarmente utile per la comprensione degli effetti dei media è la distinzione tra azione e comunione.


L'azione emerge dal tentativo di individuare ed espandere il sé e implica qualità come competenza, assertività ed efficienza.

La comunione emerge dal tentativo di integrare il sé in un gruppo sociale più ampio ed implica empatia, cooperazione e gentilezza.

Le due motivazioni si intrecciano perché la definizione del sé deriva in parte dall'appartenenza a un gruppo, e il fatto di appartenervi è la dimostrazione del proprio valore come individuo nell’avere delle competenze uniche. 


Il genere femminile è più concentrato sulla comunione mentre il genere maschile sull'azione. Questa riconfigurazione dell'infanzia ha allontanato i giovani dalla comunità del mondo reale, comprese le famiglie, e ha creato un nuovo tipo di infanzia vissuta all'interno della rete. Questo provoca anomia, o mancanza di norme, come sosteneva Durkheim, ovvero un'assenza di prescrizioni e regole stabili, ampiamente condivise che permettevano di sentirsi parte di una comunità. L’anomia alimenta disperazione e suicidio.


È importante che i genitori si coalizzino tra di loro per evitare determinati comportamenti perché è ovvio che se pochi genitori si oppongono alla massa non hanno appeal su quello che dicono i loro figli. E nessun genitore vuole che il proprio figlio, preadolescente o adolescente,  venga inghiottito dal telefono, ma la prospettiva che sia un paria sociale è ancora più angosciante!


Dott.ssa Cinzia Segafredo

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