Dipendenza affettiva
- Dott.ssa Giulia Gregorini
- 1 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Quella ferita che chiamiamo amore
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“Dottoressa, lui la lascerà. Stavolta me lo sento”.

Quando ho incontrato Marina (nome di fantasia) per la prima volta aveva 42 anni, svolgeva la professione di medico, una donna brillante e stimata, e da nove mesi viveva una relazione con un uomo sposato. Gli incontri e i contatti dipendevano esclusivamente dalle disponibilità di lui. Lei desiderava più spazio, ma si convinceva che sarebbe arrivato il giorno in cui lui avrebbe lasciato la moglie. Lunghe attese, sospensioni, rimuginii: tutto la allontanava da sé stessa.
Ma la storia di Marina non è solo la sua storia. È la storia di tanti e, soprattutto, tante. Di tante donne competenti, sensibili, realizzate, che nella sfera affettiva si ritrovano intrappolate in copioni di dipendenza, nella speranza di essere finalmente scelte, viste, amate. Donne che si definiscono “sfortunate in amore”, mentre spesso stanno solo ripetendo antichi copioni che risvegliano lancinanti ferite emotive.
Marina arrivò in terapia per una sintomatologia ansiosa con invalidanti attacchi di panico.
Nel percorso emerse con chiarezza quanto sentisse di esistere solo attraverso lo sguardo dell’altro, dell’uomo del momento.

La dipendenza affettiva è un fenomeno ancora poco sistematizzato, ma sempre più presente nella pratica clinica. Si distingue dal disturbo dipendente di personalità perché si concentra nella dimensione sentimentale, ma affonda le radici nelle prime esperienze di attaccamento.
È nella famiglia d’origine che si struttura il senso di valore personale e l’amore per sé. Nelle storie di bambini trascurati, abbandonati, abusati o iperprotetti, spesso si sedimentano le premesse che porteranno, in età adulta, a cercare nel partner ciò che dovrebbe curare ferite più profonde.
Marina raccontava, quasi normalizzandoli, atteggiamenti di sottomissione, il terrore dell’abbandono, una forte idealizzazione dell’altro e una costante svalutazione di sé. Attraverso l’ascolto e la ri-significazione del sintomo ansioso, è stato possibile accedere, non senza fatica, a quella parte bambina mai davvero vista e per questo tanto bisognosa e affamata.
Figlia di genitori separati, di un padre emotivamente periferico e di una madre depressa con cui aveva sviluppato un legame simbiotico di accudimento invertito, Marina era stata la bambina brava, composta, quella che non poteva deludere.
Aveva interiorizzato molto presto l’idea di dover salvare, riparare, non pesare. E aveva conosciuto il dolore di sentirsi, insieme, onnipotente e impotente: poter guarire l’altro e non essere mai abbastanza per riuscirci.
Nella scelta dei partner riviveva inconsciamente quella posizione dolorosa ma familiare. Come la madre, si identificava nella donna abbandonata, che sceglieva uomini inafferrabili come il padre.
È ciò che spesso accade: ci si lega a ciò che fa soffrire perché, paradossalmente, è ciò che si conosce e che si sente, inconsciamente, di meritare. Il lavoro terapeutico ha significato per Marina accettare, dapprima, di stare dall’altra parte della scrivania, riconoscersi bisognosa, lasciarsi aiutare. Poi rileggere la propria storia con lenti nuove, attraversando rabbia, dolore, gratitudine e la difficile accettazione che i genitori non possono dare ciò che non hanno ricevuto.
Solo quando ha scoperto che il suo partner intratteneva altre relazioni, ha potuto iniziare una dolorosa messa in discussione di quel legame, sottraendosi alla posizione di vittima e recuperando un senso di sé.

Attraverso la relazione terapeutica ha sperimentato, forse per la prima volta, un luogo sicuro in cui abitare i propri vuoti, trasformandoli in spazi. Ma ancora una volta: Marina è la storia di tante. Perché la dipendenza affettiva non riguarda fragilità individuali isolate, ma intercetta una sofferenza spesso sommersa, trasversale, che parla anche culturalmente del femminile, dell’educazione al sacrificio, della confusione tra amore e annullamento.
La dipendenza affettiva non è “troppo amore”. È il tentativo di colmare una ferita usando l’altro come cura.
Quando si salda a modelli relazionali fondati sul controllo e sulla paura di perdere l’altro, la dipendenza affettiva può diventare il terreno invisibile su cui maturano anche drammatiche dinamiche di violenza. Nessun legame finisce finché l'amore che si cerca fuori non comincia a nascere dentro.
Per questo la dipendenza affettiva è uno dei segnali più importanti del nostro tempo e interroga i servizi di cura non solo sul piano clinico, ma anche preventivo, culturale e sociale. Oltre la diagnosi, serve incontrare la persona. E riconoscere che dietro ogni Marina ci sono molte altre storie che chiedono di essere viste.
Dott.ssa Giulia Gregorini




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