Lui tace, lei colpisce
- Dott.ssa Samantha Galloppa

- 1 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Il lato invisibile della violenza domestica
Ascolta il podcast dell'articolo
Quando si parla di violenza in famiglia, l’immaginario collettivo è quasi sempre lo stesso: una donna vittima e un uomo colpevole. È una realtà che esiste e che va contrastata con fermezza, ma non è l’unica.

Esiste anche un’altra realtà, molto meno raccontata e spesso ignorata: quella che colpisce molti uomini dentro le mura di casa. È una realtà scomoda, perché rompe uno schema culturale profondo.
Un uomo, nell’immaginario comune, dovrebbe essere forte, capace di difendersi; per questo, quando è lui a subire, il suo dolore viene spesso ridimensionato, messo in dubbio o deriso.
Non si tratta di semplici litigi o delle normali tensioni di coppia. Si tratta di violenza psicologica quotidiana: insulti ripetuti, umiliazioni anche davanti ai figli, svalutazione costante, minacce, controllo ossessivo, ricatti emotivi. Frasi che sembrano piccole, ma che, ripetute ogni giorno, diventano un’arma:
“Non fai mai abbastanza”, “Senza di me non saresti nessuno”, “Se te ne vai, non vedrai più i tuoi figli”.
In alcuni casi, a questo clima si aggiungono anche comportamenti fisici: schiaffi, spinte, graffi, oggetti lanciati. È la pressione psicologica continua a lasciare i segni più profondi. Uomini che rientrano a casa senza sapere se troveranno silenzio o un’esplosione di rabbia; uomini che imparano a misurare parole e gesti per evitare l’ennesima crisi.
Molti non denunciano non perché non soffrano, ma perché si vergognano. Viviamo ancora in una cultura che associa la forza all’essere uomini. Ammettere di subire violenza da una donna viene vissuto come una sconfitta personale, come una perdita di valore. E così tacciono e restano.

Restano per senso di responsabilità verso la famiglia; restano per non spezzare la stabilità dei figli; restano perché credono che resistere sia la cosa giusta da fare.
Ma il prezzo è altissimo: la perdita di sé. Col tempo smettono di parlare, evitano il confronto, rinunciano ai propri spazi. Vivono nella relazione, ma non sono più presenti emotivamente. L’identità si assottiglia fino quasi a scomparire.
Il problema, infatti, non è solo la violenza; è soprattutto l’assenza di legittimazione del dolore maschile. Quando un uomo prova a raccontare ciò che vive, spesso viene minimizzato, non creduto, invitato a “reagire”. E il silenzio diventa l’unica strada possibile.
UNO DI LORO RACCONTA COSÌ:
«Non sono mai andato in ospedale, quindi per tutti non era violenza. Ma ogni giorno mi diceva che non valevo niente. Che senza di lei sarei stato perso. Che se me ne fossi andato non avrei più visto i miei figli. Quando provavo a rispondere, urlava. Quando alzavo la voce, mi lanciava cose addosso. Una volta mi ha graffiato la faccia davanti a mio figlio. Io non ho mai reagito. Non perché non potessi, ma perché sapevo che sarebbe stato usato contro di me. Così ho iniziato a stare zitto. A tornare tardi dal lavoro. A passare più tempo fuori casa. Il giorno in cui me ne sono andato non ho fatto una scena. Ho preso due borse e sono uscito. Dentro ero già andato via da anni.»
Questa testimonianza descrive una dinamica comune nelle relazioni abusanti: chi subisce non esplode, si ritira. Ogni parola può diventare un’arma, ogni tentativo di spiegarsi una punizione. Così si impara a tacere, a evitare, ad allontanarsi emotivamente.
Le conseguenze sono profonde: ansia cronica, insonnia, depressione, perdita di autostima, isolamento sociale. Ma soprattutto nasce una convinzione pericolosa: quella di meritare ciò che si subisce.

La violenza non ha sesso ma una dinamica precisa: qualcuno che esercita potere e qualcuno che vive nella paura. Continuare a ignorare le vittime maschili non protegge le donne, protegge solo il silenzio e lascia intatti meccanismi di abuso che distruggono le persone. La soluzione non è contrapporre un dolore all’altro, ma riconoscere tutte le forme di violenza.
La verità è che oggi, se un uomo subisce violenza, spesso non sa dove andare, chi chiamare. Se pensa di denunciare, ha paura che nessuno gli creda o che tutto si ritorca contro di lui. Ed è qui che il sistema fallisce: quando l’unica alternativa al silenzio è l’isolamento, quando non esistono spazi chiari, riconoscibili, legittimanti, in cui un uomo possa dire “sto male” senza sentirsi minimizzato. Riconoscere questa realtà non significa togliere voce alle donne, ma smettere di togliere voce agli uomini.
Per questo occorre cambiare prospettiva: riconoscere anche la violenza psicologica, creare sportelli di ascolto per uomini, formare operatori e psicologi capaci di riconoscere l’abuso senza stereotipi e permettere agli uomini di chiedere aiuto senza vergogna.
Il punto è semplice: se la violenza non la riconosciamo anche quando a subirla è un uomo, allora non stiamo combattendo la violenza, stiamo solo difendendo un’idea.
Dott.ssa Samatha Galloppa




Commenti