Guarda, scopri, ama
- Dott.ssa Monica Secci Mura

- 1 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 27 feb
Il benessere di un viaggio a Chiang Mai
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A guardare non si finisce mai di scoprire. Dopo due settimane su un’isola della Thailandia, trascorse principalmente a leggere sotto l’ombrellone per “spurgare” un anno impegnativo e a guardare l’orizzonte fatto di colori, forme, dettagli e tramonti mai identici, mi preparo a ripartire e proseguire il viaggio da sola.

Viaggiare da soli è un gesto preciso, è tempo per sé. Quando non devi spiegarti, aspettare, sincronizzarti con qualcun altro o seguire un programma, il tempo diventa elastico. Decidi tu quando fermarti, deviare, restare più a lungo su una panchina a osservare il mondo che passa. La solitudine in viaggio non pesa, consente di creare uno spazio per ascoltarsi e assecondarsi.
Dove andare, cosa mangiare, quanto restare, a cosa dedicare attenzione… i pensieri si posano, ogni decisione diventa un’azione guidata dalla curiosità. Viaggiare da soli, in fondo, è un modo munifico per ritrovare il benessere nell’abitarsi.
Dopo il mare e la vita dell’isola, riparto: un molo, un fast boat anche troppo coerente con la propria denominazione, un pullman, un aeroporto, un volo, uno scalo, un secondo aereo, alla fine un taxi mi lascia nel centro di Chiang Mai.

Chiang Mai nasce nel 1296 come capitale del Regno di Lanna, un regno indipendente del Nord, diverso per lingua, rituali e architettura dalla Thailandia centrale. Per secoli è stata terra di confine, contesa tra Birmania, Siam, e regni locali, dunque esposta alla mescolanza. Si trova nelle vicinanze del cosiddetto Triangolo d’Oro, quella che è stata una delle principali aree mondiali di produzione di oppio ed eroina, così che, le montagne attorno a Chiang Mai ospitavano villaggi che coltivavano il papavero per usi tradizionali e a seguire per commercio o traffico internazionale che fosse.
Negli anni ’60 - ’70 era nota ai viaggiatori occidentali che arrivavano qui in cerca di spiritualità e non solo. Con il tempo la città ha cambiato pelle: le coltivazioni sono state riconvertite, i villaggi collegati, i templi restaurati, aperti dei caffè dove prima c’erano magazzini.
Oggi il Nord mantiene un ritmo disteso, il clima è mite e il buddhismo è vissuto come pratica quotidiana. I templi sono spazi di passaggio, di sosta e respiro.

Attorno alla città convivono minoranze delle montagne — Karen, Hmong, Akha, Lahu — che portano nei mercati e nei tessuti un mondo variegato. La città non ha la teatralità di Bangkok ed è lontana dall’enfasi delle grandi capitali. Inoltre, negli ultimi anni Chiang Mai è diventata città di nomadi digitali, luogo di ritiri, yoga, meditazione e massaggi e non dà l’idea di correre verso il futuro a tutta velocità come Bangkok, sembra arrivarci più piano, a passo meno spedito.
Atterrare a Chiang Mai non è solo arrivare in un luogo, è scendere di qualche piano dentro se stessi. Il tempo si distende, le ore diventano più larghe, i pensieri meno affollati e camminando senza meta succede qualcosa di raro: l’attenzione si libera dai doveri e si apre a come si sta e a ciò che accade intorno. Ad andare in giro con una macchina fotografica, si scoprono una marea di cose e particolari non evidenti a un primo sguardo. Ci si accorge che stando fermi ad osservare, man mano emergono strati inizialmente occulti e i luoghi si arricchiscono di storie.

Chiang Mai si lascia conoscere camminando. La Old City è racchiusa in mura e fossati del regno di Lanna e tutto è a misura di passo. Il clima caldo ma non troppo è accogliente. I templi spuntano tra un bar e un negozio di frutta come parentesi di silenzio: dentro, il mondo si abbassa di volume, fuori, ricomincia piano.
La Old City è un quartiere vivo, dove sacro e quotidiano convivono, e camminarci dentro è un modo migliore per raccogliere idee, spunti e insegnamenti.
Il Wat Chedi Luang occupa uno spazio ampio nel cuore della città, la grande pagoda in mattoni del XV secolo, spezzata da un terremoto, è rimasta tronca e stabile insieme come se insegnasse che anche ciò che non è integro può reggere. Poco distante si trova il Wat Phra Singh che è tra i più venerati, con i tetti sovrapposti tipici dell’architettura del Nord, che simboleggiano protezione spirituale.

La vita di Ciang Mai si esprime anche nei mercati, come il Warorot Market che forse sono i più autentici della Thailandia perché non c’è un proliferare di merci cinesi uguali in tutto il mondo e sono frequentati e gestiti da locali. Nei mercati le mani scelgono prima degli occhi. Qui si trovano anche piccole bottegucce dove i sarti confezionano i loro vestiti e li vendono a caro prezzo anche dopo ardue negoziazioni, dove emerge la dignità di chi riconosce il valore del proprio lavoro.

In tutto ciò lo sguardo cambia funzione, una macchina fotografica non serve ad accumulare immagini. Scattare con la X-Pro II non è immediato come col cellulare. Prima resti, ascolti, osservi. La fotografia nasce dall’attesa ed è un esercizio di presenza: scegliere l’inquadratura, l’apertura, l’ISO, significa decidere quale relazione instaurare con ciò che hai davanti, dall’attesa emergono strati invisibili al primo passaggio. La fotografia nasce da lì, prima del clic, dal fermarsi abbastanza a lungo perché quello che hai davanti smetta di essere solo uno sfondo e diventi una storia.
C’è anche la possibilità di cambiare ritmo, Nimmanhaemin mostra il lato contemporaneo della città: caffè, studenti, laptop aperti, negozi e centri commerciali moderni. Di sera, il Chiang Mai Night Bazaar è un susseguirsi di banchetti e ristoranti affollatissimi. E per quando si vuole riposare e lenire i piedi dolenti, ci sono dei centri massaggi particolari, condotti da mani che hanno conosciuto errori e ora rimettono in asse schiene e pensieri, dove le massaggiatrici sono ex detenute che hanno scontato una pena e che rientrano in un programma di reinserimento sociale ed economico. Sono formate e certificate dal ministero della salute tailandese e conducono massaggi di ottima qualità, più o meno acrobatici e, diciamocelo, più o meno dolorosi, comunque sempre benefici.

Viaggiare, in fondo, serve a questo, ad accumulare esperienze e a spostare il punto d’ascolto e di osservazione. Serve a creare uno spazio tra sé e le proprie abitudini. A casa si è sempre dentro le stesse geometrie mentali, lontano, le linee si spostano. La distanza diventa una lente che restituisce chiarezza, si torna più leggibili a se stessi. Lontano dal rumore abituale, l’attenzione smette di disperdersi o di incanalarsi esclusivamente sull’esecuzione delle prossime azioni e si vede meglio chi si è e cosa è importante.
Qui si capisce l’importanza dell’andare più precisi. Guardare meglio. Sentire meglio. Prendere la mira su quello che, nel rumore quotidiano, avevi smesso di distinguere, non per puntare lontano, ma per smettere di disperdere colpi.
Vedere fuori, nei mercati che si aprono all’alba, nei templi che respirano piano, nelle montagne che tengono a distanza il caos. E parallelamente vedere dentro, nelle domande che a casa non trovano tempo. È un progressivo cambio di messa a fuoco, si rimette in asse lo sguardo.
Chiang Mai accompagna in questo movimento silenzioso: un caffè bevuto lentamente, una strada secondaria, un tempio incontrato per caso. Si procede all’insegna della sottrazione: meno tappe, più soste, meno agenda, più attenzione. E così camminando, qualcosa si riallinea. I pensieri fanno meno rumore, le domande parlano piano.
Quando si riparte, si porta via poco e insieme molto: una luce diversa negli occhi, un ritmo più respirabile, la sensazione che il mondo non vada rincorso ma incontrato.
Il viaggio finisce, resta il modo in cui ora guardi. E forse il vero benessere è questo: non essere altrove, ma essere finalmente dove si sta.
Dott.ssa Monica Secci Mura




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