
Persone: plurale maiestatis del valore organizzativo
Autore: Antony Peth
Editore: Armando editore
Pagine: 138
Prezzo: € 12,00
Nel libro di Anthony Peth, cinquanta parole ripercorrono un’adolescenza segnata dall’osteosarcoma. Ma la parte più difficile della storia comincia quando le cure finiscono.
Ci sono esperienze che si riescono a raccontare soltanto molti anni dopo. Non perché il tempo le abbia rese meno dolorose, ma perché finalmente si trovano le parole per guardarle senza dover distogliere gli occhi. È quello che accade ad Anthony Peth in Le parole che servono (Armando Editore), un libro che parte da una malattia e arriva molto più lontano: al rapporto con il proprio corpo, alla vergogna, al bisogno di essere riconosciuti per ciò che si è e non per ciò che si è attraversato.
Peth, oggi autore e conduttore televisivo, è ancora un ragazzo quando scopre di avere un osteosarcoma. La sua adolescenza, fino ad allora vivace e irrequieta, cambia direzione. Tra Bologna e Roma trascorre anni in ospedale, affronta ventidue cicli di chemioterapia e diciotto interventi chirurgici. Ci sono la carrozzina, la paura di non farcela, gli amici lontani, i compagni di reparto che non torneranno a casa. Numeri e circostanze che basterebbero a riempire una biografia. E invece l'autore sceglie un'altra strada.
Organizza il racconto intorno a cinquanta parole. Raccontare, famiglia, adolescenza, dolore, vergogna, discriminazione, corpo, accettazione, ironia, futuro: ogni voce è un'occasione per fermarsi su un ricordo e interrogarlo. È una struttura che somiglia al funzionamento della memoria, fatta di ritorni, collegamenti inattesi, particolari rimasti impressi più degli avvenimenti importanti. Il libro non pretende di mettere ordine una volta per tutte in ciò che è accaduto. Prova, piuttosto, a dargli un significato.
Le pagine che colpiscono maggiormente non sono necessariamente quelle delle operazioni o dei momenti più drammatici. Sono quelle in cui Anthony racconta come cambia lo sguardo su se stessi quando il corpo diventa improvvisamente estraneo. A un'età in cui ci si misura continuamente con gli altri, perdere i capelli, dimagrire, non riuscire a camminare significa anche sentirsi esposti. Il problema non è soltanto il dolore fisico: è la pietà che si legge negli occhi delle persone, la sensazione di essere diventati, prima di tutto, un malato.
In questo passaggio il libro tocca un punto che spesso resta fuori dai racconti sulla guarigione. Uscire dall'ospedale non equivale a lasciarsi tutto alle spalle. Le cicatrici restano, così come il timore che la malattia ritorni. Resta soprattutto il lavoro, lungo e poco visibile, necessario per riconoscersi di nuovo. Anthony non nasconde di aver faticato ad accettare la propria immagine e di aver taciuto per anni una parte della sua storia. Non c'è nulla di lineare, né di edificante a tutti i costi, in questo percorso.
A dare respiro alla narrazione è l'ironia
La carrozzina blu diventa una Ferrari con cui sfrecciare per le strade del paese; in corsia trovano posto scherzi, imitazioni e piccoli atti di ribellione. Sono episodi che fanno sorridere e, proprio per questo, restituiscono qualcosa che la malattia rischia di cancellare nel racconto degli altri: il carattere di chi la vive. Anthony rimane un ragazzo testardo, a volte sfacciato, desideroso di provocare e di ridere. Non un simbolo, non un esempio costruito per commuovere.
C'è poi la famiglia, presente in ogni fase della vicenda. I genitori affrontano trasferimenti, sacrifici e giornate scandite dalle cure. Accanto a loro ci sono il fratello, gli amici, i medici, gli infermieri e gli insegnanti della scuola in ospedale. Il racconto ricorda quanto una diagnosi grave investa un'intera rete di relazioni. E quanto possa contare, nei giorni più difficili, una presenza che non pretende di trovare sempre la frase giusta.
La dedica ai bambini conosciuti in reparto che non sono sopravvissuti impedisce inoltre una lettura troppo facile della parola 'vittoria'. La storia di Peth ha un esito favorevole, ma il libro porta con sé anche il ricordo di chi non ha avuto la stessa possibilità. È una distinzione essenziale: la forza d'animo può aiutare ad attraversare le cure, non è una garanzia di guarigione. La riconoscenza dell'autore verso chi lo ha curato e verso la ricerca restituisce a questa vicenda la sua dimensione concreta.
Non tutto, sul piano della scrittura, è levigato. Alcuni concetti ritornano, certe pagine insistono sulla medesima emozione e il tono conserva spesso l'immediatezza del parlato. Ma sarebbe sbagliato chiedere a questa testimonianza la compattezza di un romanzo. La sua voce è riconoscibile proprio perché alterna slanci, rabbia, gratitudine e contraddizioni. La prefazione di Silvana Giacobini introduce il lettore a questo volto meno conosciuto di un professionista abituato a stare davanti alle telecamere.
Forse la parola più importante, tra le cinquanta, è proprio 'raccontare'. Per anni Anthony ha scelto di non farlo. Poi ha compreso che tenere nascosta la malattia non significava cancellarla. Metterla sulla pagina gli ha permesso di tornare a quei giorni da una posizione diversa, senza negare quello che ha perduto e senza rinunciare a quello che ancora desidera.
Le parole che servono è un libro da leggere senza cercare una morale pronta all'uso. Parla a chi ha conosciuto la malattia, a chi è rimasto accanto a una persona malata e anche a chi, per ragioni del tutto diverse, ha dovuto ricominciare a fare i conti con se stesso. Lascia una domanda semplice e scomoda: quante volte, per paura dello sguardo degli altri, scegliamo di non dire chi siamo davvero? A volte il primo passo per riprendersi la propria storia è riuscire finalmente a pronunciarla.
Dott.ssa Lisa Di Giovanni