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Il rugby come laboratorio di libertà

Corpo, relazione e consapevolezza



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Un un tempo in cui lo sport viene spesso raccontato solo attraverso numeri, risultati e performance, il rugby femminile apre una prospettiva diversa: quella di uno spazio in cui il corpo diventa linguaggio, la squadra diventa comunità e l’esperienza si trasforma in consapevolezza.



È in questo orizzonte che si inserisce il lavoro e la visione di Erika Morri. Ex Azzurra, dirigente sportiva, formatrice e voce autorevole nel panorama internazionale dello sport femminile, Morri ha attraversato il rugby per oltre vent’anni, vivendo il campo non solo come luogo agonistico, ma come un vero e proprio laboratorio umano.


Nel suo percorso, lo sport si intreccia con l’educazione, la cultura e la trasformazione sociale, fino a diventare uno strumento capace di incidere profondamente sulle traiettorie di vita delle persone. Il rugby, nella sua forma più autentica, non insegna soltanto a competere, ma ad abitare il limite, a costruire relazioni, a riconoscere il proprio valore. In questa intervista, Erika Morri ci accompagna dentro una visione dello sport che supera il risultato e si apre alla possibilità: quella di una libertà costruita attraverso il corpo, la fatica e l’incontro con l’altro.


Erika, hai vissuto 21 anni di rugby, di cui 12 in Nazionale. Qual è il ricordo più significativo che porti con te da quel periodo?

La partecipazione alla prima Coppa del Mondo femminile in Galles, nel 1991.

È stato un momento che va oltre il ricordo sportivo: rappresentava un passaggio storico. Arrivava subito dopo il riconoscimento ufficiale da parte della Federazione, in un periodo in cui il rugby femminile era ancora ostacolato e poco legittimato. Quella Coppa del Mondo non fu solo una competizione, ma un incontro tra donne provenienti da tutto il mondo, unite dalla consapevolezza di stare costruendo qualcosa di nuovo. È lì che ho percepito, forse per la prima volta in modo così chiaro, il valore collettivo dello sport.


Come nasce l’idea di Wo*men’s Sport Land of Freedom? Quale urgenza ti ha spinto a fondare questo ecosistema di progetti?

Nasce da una vita vissuta su più piani contemporaneamente. Durante la mia carriera ho sempre studiato e lavorato, allenandomi all’alba e la sera, come fanno moltissime atlete e atleti. Non è stato un sacrificio, ma una scelta consapevole, che mi ha restituito senso, relazioni e profondità. “Sport Land of Freedom” è l’idea di uno spazio in cui ciascuno possa diventare artefice del proprio quotidiano. Il termine Women’s* è volutamente inclusivo: racchiude tutte le identità, andando oltre le dicotomie tradizionali. Lo sport diventa così uno strumento per conoscersi, per riconoscere le proprie unicità e per imparare a costruire insieme.


Il progetto “Rugby. L’ottavo continente” è alla base del libro. Cosa ti ha colpito di più nelle interviste raccolte?

La sorprendente somiglianza delle risposte. Donne provenienti da oltre 60 Paesi, con culture e contesti completamente diversi, raccontano il rugby nello stesso modo: come una metafora della vita. Dal placcaggio vissuto come ostacolo, alle difficoltà nel costruire una squadra con persone che non si scelgono, fino alla gioia del condividere un obiettivo, emerge un elemento chiave: il rugby prepara alla vita. Ti allena a riconoscere il tuo valore, ad affrontare le difficoltà senza scoraggiarti, a comprendere la forza del fare insieme. È un allenamento che non finisce quando esci dal campo.


In che modo il rugby può diventare uno strumento educativo nelle scuole e nelle imprese?

Il rugby è una vera palestra emotiva. Attraverso il corpo impariamo prima a stare con noi stessi – nella fatica, nel limite, nella gioia – e poi a stare con gli altri. Quando aumentano le persone coinvolte, aumentano anche le complessità. E questo è esattamente ciò che accade nella scuola e nel lavoro. Chi ha praticato sport, spesso, ha già sviluppato strumenti per gestire il confronto, le emozioni, i conflitti. Nel rugby, essendo uno sport di contatto, il corpo diventa anche luogo di rispetto. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno di imparare il rispetto come pratica concreta, non solo come concetto.



Sei stata inserita tra le “1000 Unstoppable” e le “100 donne contro gli stereotipi”. Cosa rappresentano per te questi riconoscimenti?

Li vivo come una responsabilità più che come un traguardo. Credo profondamente che siamo tutte e tutti unstoppable, ma spesso non ce ne rendiamo conto.

Gli stereotipi esistono perché non vengono nominati abbastanza. Rendere visibile ciò che limita è il primo passo per trasformarlo. Ma il cambiamento reale non è mai individuale: avviene sempre attraverso un’azione condivisa.


Nel 2022 hai parlato al Parlamento islandese e a WPL. Qual è stato il messaggio centrale?

Ho parlato del corpo come alleato nei momenti di difficoltà.

Lo sport non è solo competizione, è cura. Dal punto di vista fisiologico, il movimento attiva processi che migliorano il nostro stato emotivo: endorfine, serotonina, ossitocina. Ma c’è anche un aspetto simbolico: quando ti muovi, cambi prospettiva. Il messaggio era semplice: quando tutto sembra fermo, il primo passo è rimettersi in movimento.

Anche il pensiero, in fondo, ha bisogno di un corpo che lo accompagni.


Come vedi il ruolo della comunicazione sportiva nel cambiamento sociale?

È fondamentale. Oggi abbiamo bisogno di raccontare lo sport in modo più autentico.

Non solo il risultato, ma il percorso. Non solo la performance, ma la fragilità, la fatica, le cadute. Le atlete e gli atleti non sono modelli irraggiungibili, ma persone che ogni giorno scelgono di confrontarsi con il limite. Raccontarlo significa restituire allo sport il suo valore umano.


Quali sono oggi le principali sfide del rugby femminile?

La prima è culturale: aumentare il numero di praticanti, soprattutto tra le più giovani.

È necessario lavorare anche sulla percezione delle famiglie, spesso ancora legata a stereotipi. Il rugby non toglie femminilità, ma rafforza consapevolezza e felicità.

La forza non è solo muscolare, è prima di tutto interiore. E forse il valore più grande di questo sport è proprio questo: insegnare a valorizzare ogni unicità.


Il tuo approccio formativo unisce corpo, sport e creatività. Come reagiscono le persone?

All’inizio con sorpresa, poi con entusiasmo. Sport e arte hanno la stessa radice: il corpo, il gesto, l’emozione. Che si tratti di un passaggio o di un dipinto, stiamo comunque pensando con il corpo. Quando le persone lo sperimentano, scoprono qualcosa di nuovo su sé stesse. E soprattutto si divertono. E quando ci si diverte, si impara davvero.


Se dovessi sintetizzare in una frase il messaggio del tuo nuovo libro dal titolo " Empowerment per la vita. La meta del rugby femminile"?

Il rugby – e lo sport in generale – è un laboratorio che allena a progettare la vita.



Dott.ssa Lisa Di Giovanni

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